Arrington De Dionyso Quartet

Feature by Luca Fusari, MusicBoom

Il progetto del Quartetto nasce su iniziativa di Arrington de Dionyso, leader degli Old Time Relijun: già in contatto con la Wallace Records di Mirko Spino (che all'inizio del 2001 pubblica in Italia il singolo King of Nothing), Arrington esprime il desiderio di suonare musiche più vicine al jazz di quanto non siano quelle della sua formazione, e - soprattutto - di farlo in Italia. Nel corso del 2001 prende quindi forma un progetto che, attorno a de Dionyso vede la costituzione di una formazione che comprende Aaron Hartman (contrabbassista negli Old time Relijun) e gli italiani Jacopo Andreini (polistrumentista e collaboratore di dozzine di progetti di musica più o meno improvvisata, tra cui Bz Bz Ueu, Nando Meet Corrosion e altri) e Fabio Magistrali (fonico, produttore e membro de A Short Apnea). I quattro trascorrono, nel corso del mese di dicembre del 2001, 18 giorni assieme, durante i quali si esibiscono in una serie di concerti e registrano un album, accompagnati dalla cinepresa del regista Andrea Caccia che realizza un documentario 'gemello' del disco. Il risultato è un'esperienza artistica ed umana di rilievo assoluto, che ci è sembrato opportuno mettere in evidenza come testimonianza di un momento di passione e vitalità che ha ben pochi precedenti nel mondo delle produzioni musicali indipendenti italiane. Oltre alla recensione del 'progetto' (disco e film), proponiamo quindi una serie di interviste con tutti i membri del gruppo, ad approfondire i significati e le risonanze dell'esperienza che li ha coinvolti. Nota: le interviste sono in realtà un'unica 'intervista multipla', le cui domande sono state poste in momenti diversi e con mezzi diversi (email per de Dionyso, Hartman e Andreini, intervista dal vivo con Magistrali e Caccia), con la speranza di ottenere diversi punti di vista sugli stessi argomenti. L'ordine in cui sono elencate qui è quello con cui sono avvenute, ma - come le tessere di un puzzle - siete liberi di ricomporle a vostro piacimento

Andrea Caccia

Da quale momento sei stato coinvolto nell'operazione?
Dall'inizio: conosco Mirko Spino dall'Offfest del 1999; in quell'occasione avevo fatto delle riprese che dovevano diventare l'embrione di un documentario sulla 'scena off' italiana. Al di là dell'importanza e della riuscita dell'Offfest, il cui documentario è ancora 'in progress', la cosa mi ha dato la possibilità di iniziare a muovermi in quel contesto, lavorando con Ovo, Jacopo Andreini, Bugo, A Short Apnea e altri. È stato proprio Mirko che mi ha contattato non appena la possibilità di organizzare il quartetto si è concretizzata; sin dall'inizio l'idea era quella di sfruttare i due formati di VHS e vinile (poi CD, per motivi pratici ed economici). Dei '18 days' citati nel titolo del film ho perso il primissimo giorno di prove (a detta di Jacopo molto intenso), ma ho poi seguito due delle date del vivo e tutte le giornate di registrazione e mixaggio.

Avevi già una 'scaletta' o una sceneggiatura pronta prima di iniziare le riprese?
Di solito le sceneggiature che preparo per i documentari sono poco più che degli scheletri, e anche rispetto al quartetto non ho fatto nulla di più che dividere il racconto in tre momenti narrativi, live sudio e mix, cercando di calarmi all'interno della vita del quartetto nella maniera più coesa possibile con loro per cercare di raccogliere la maggior quantità di materiale potessi accumulare. La cosa che mi interessava assolutamente raccontare era la maniera in cui quattro persone così poco umanamente coese hanno cercato di trovare un'unità di intenti attraverso la musica.

Il metodo di lavoro è stato simile a quello che loro stessi hanno seguito per registrare l'album?
Sì, loro hanno basato il loro progetto sull'improvvisazione di gruppo, mediata poi da un lavoro in studio che ha organizzato in qualche modo le musiche registrate (ed io che ho avuto la fortuna di assistere alla lavorazione del disco ti garantisco che si è trattato di un lavoro molto 'profondo'); io ho cercato di non vincolare il mio racconto a nessuna struttura rigida (cosa che tendo a non fare mai), lasciandomi trascinare nella direzione in cui il racconto stesso mi avrebbe portato, per poi ritornarci in fase di montaggio...

...immagino quindi che la selezione del materiale filmato sia stata complicata quanto e più delle riprese stesse.
Le riprese dei concerti e del mixaggio sono molto 'diaristiche', le ho fatte da solo, mentre le sequenze in studio sono più ricercate, con due camere e un lavoro sulle luci e sulla fotografia più curato. In totale abbiamo accumulato 26 ore di girato, e in effetti quando ho iniziato il montaggio il lavoro è stato difficile, con l'ulteriore complicazione che si trattava sia di suoni che di immagini. L'idea di fondo non era poi quella di montare un documentario agiografico classico in cui ci sono magari prima un'intervista al gruppo, poi un po' di sequenze sulla vita in tour e infine qualche pezzo dal vivo - una logica da backstage che non è più nemmeno quella del racconto e non mi interessa granché. Ho cercato di cogliere degli elementi più profondi, le motivazioni e le molle che hanno fatto scattare il progetto, per esempio. Un esempio magnifico di un'indagine poco convenzionale sulla musica può essere il documentario che Godard aveva girato sui Rolling Stones, in cui loro fanno letteralmente a pezzi Sympathy for the Devil ma non la eseguono mai tutta intera.

Questo spiega anche il perché di una sequenza dal vivo così breve.
Sì, e mi piacerebbe che il film alla fine 'stuzzicasse' l'ascoltatore facendolo andare ad ascoltarsi il disco - le musiche nel film sono registrate in presa diretta, o se si tratta di cose utilizzate anche nel disco, la loro versione è quella precedente al master definitivo; con Mirko abbiamo discusso molto di questo in fase di lavorazione (col gruppo un confronto c'è stato solo a disco e film quasi ultimati), e la scelta di utilizzare gli stessi elementi senza copiarli dal disco al film o viceversa è assolutamente meditata e ha il senso preciso di mantenere una coerenza tra i progetti mantenendoli indipendenti. Non avrebbe avuto senso forzare il progetto in una struttura troppo convenzionale - le interviste, per esempio, non accompagnano il racconto, ma sono tutte raccolte in chiusura. Nemmeno il disco, se ci fai caso, ha una struttura convenzionale: la musica è divisa in dieci tracce per motivi pratici, ma alla fine si tratta di un brano solo (e non ti dico quanto è stato faticoso lavorare sulla versione provvisoria delle musiche, che non aveva ancora gli indici da 1 a 10!).

Il suo essere poco convenzionale pur in una coerenza di fondo notevole, peraltro, è uno dei motivi che secondo me rendono interessante il progetto anche per chi sia lontano da certe musiche.
Io ho avuto delle piccole conferme in questo senso: ho mostrato il film ad amici o colleghi che hanno gusti musicali più o meno lontani dai miei (a differenza di Carlo Cardelli, il montatore del film che ha una sensibilità musicale molto vicina alla mia), e tutti si sono dimostrati poi molto curiosi di ascoltare il disco, a conferma del fatto che il lavoro è 'passato' al di là della particolarità della musica. Ovviamente, per quanto disco e film possano essere riusciti, dovremo stare a vedere quale sarà il riscontro dei media specializzati e non per un'operazione che ritengo coraggiosa; per quanto riguarda l'album i canali sono noti (recensioni, articoli etc.); quanto al film mi aspetto qualcosa dal circuito di festival e rassegne che fequento di solito come documentarista - a cui invierò il film assieme al cd; la coesione delle parti del progetto è sempre forte, tanto che avevamo pensato anche a una presentazione del film con una performance del gruppo ad accompagnarne la proiezione. Personalmente sono molto molto contento del lavoro; è stato complicato da montare, ma in fondo anche loro ci hanno messo molto...

Stai lavorando ad altri progetti del genere?
Come ti dicevo, sono continuamente impegnato a raccogliere materiale legato a più artisti e filoni. Da un paio di anni sto lavorando con Bugo (da un punto di vista documentaristico molto interessante, vista la sua storia recente col passaggio dal mondo indipendente a quello 'major') e mi piacerebbe anche realizzare qualcosa di 'compiuto' con gli A Short Apnea, ma i tempi potrebbero essere lunghissimi

Fabio Magistrali

Ora che il 'cerchio' del quartetto sembra essersi chiuso quali sono le tue impressioni?
Nonostante sia passato più di un anno, il mio lavoro sul materiale del quartetto si è concluso solo poco tempo fa. I mixaggi sono rimasti 'parcheggiati' per dei mesi prima che li scegliessimo e li montassimo, e il vero e proprio editing finale è iniziato alla fine della scorsa estate. Quindi credo che una visione davvero distaccata dell'esperienza col quartetto la avrò solo tra qualche tempo. Devo dire però che la visione del film ha fatto nascere un secondo coinvolgimento emotivo, rinfrescandomi la memoria rispetto a certi eventi.

Un bilancio positivo, comunque.
Certamente sì; era la prima volta che mi trovavo coinvolto in un progetto del genere, e quello è stato un grosso stimolo, perché sapevo sia che avremmo suonato musica improvvisata - senza distinzione tra performance dal vivo e in studio - sia che mi sarei trovato a collaborare con personaggi di cui avevo una grossa stima musicale ma nessuna conoscenza diretta (né dal punto di vista caratteriale né da quello dell'approccio alla musica). Le coordinate iniziali erano molto ampie, Arrington non aveva suggerito molto più che non la volontà di preparare un disco 'jazzy' con noi che jazzisti non siamo - tanto quanto lui e Aaron negli Old Time Relijun sono molto più vicini al rock.

Dal punto di vista della 'convivenza', com'è andata?
I 18 giorni del progetto sono stati senz'altro molto densi. La fase di incontro e di 'scelta degli ingredienti' del progetto, per esempio è stata molto rapida - sono passate 36 ore tra il momento in cui ci siamo incontrati per la prima volta ed il primo concerto. Per un musicista jazz può essere una consuetudine - Jacopo forse è il più avvezzo di noi a questo tipo di situazioni, dato che suona tantissimo - ma in me frangenti del genere hanno generato sia tensioni che aspettative di un certo rilievo.

Rimane un'esperienza che vorresti ripetere?
Sì, posto che per me era davvero la prima occasione di questo genere; circa un mese prima di suonare col quartetto ero già stato impegnato in una collaborazione simile, quando con gli A Short Apnea abbiamo registrato delle sessions assieme al Gorge Trio. Nel mio gruppo però credo ci sia un'alchimia abbastanza compiuta da farmi sentire a mio agio, in un 'nido'. Col quartetto non è stato così facile. Esaurita l'esperienza si era parlato di supportare l'uscita del disco con un altro giro di concerti, ma non siamo riusciti a programmarlo, siamo tutti troppo occupati (Jacopo è presissimo, io anche, gli Old Time Relijun si sono rimessi al lavoro).

È stato difficile conciliare personalità diverse all'interno dello stesso gruppo?
Tutti e quattro abbiamo, credo, dei caratteri musicali per nulla esigui, molte cose da dire e una forte volontà di dirle. La 'divisione del territorio' in questo senso poteva essere un rischio, ma siamo riusciti a far filare tutto liscio. Anche caratterialmente siamo molto diversi - per non parlare di certe differenze di lingua e di cultura che sono sostanziali. Se ci penso adesso, mi rendo conto che organizzare l'operazione è stato un azzardo discografico, e che l'impegno emotivo, energetico ed economico a monte è stato considerevole (per dire, i compensi dei concerti lo hanno alimentato in una certa misura ma non completamente). Soprattutto se tieni conto del fatto che dati i tempi strettissimi, non ci poteva essere tempo per ripensamenti, rifacimenti e altro e 'tutto doveva andare bene', questa è una cosa che mi ha coinvolto molto. In più in quel periodo faceva freddissimo.

Arrington mi ha parlato della tempesta di neve...
Sì, e spero che la risposta musicale al fatto di essere praticamente bloccati dal gelo sia stata di calore... Nella recensione ho insistito molto sul fatto che questo progetto è un precedente non da poco nel contesto della musica italiana indipendente. Senz'altro questo apre una pagina, che riguarda il significato di un esperienza del genere se la valuti non per come l'hanno vissuta i suoi protagonisti ma per la risonanza che può avere in generale. Non vorrei suonare banale, ma un incontro con esperienze musicali 'altre', straniere ed estranee è sempre un'occasione di confronto e di crescita (e ho cercato, nell'ultimo anno, di cogliere molte occasioni in questo senso); contemporaneamente si tratta di gesti che hanno una valenza sociale e culturale quantomeno importante, se non prioritaria. Nella mia vicenda personale, poi, è un'apertura che sento particolarmente importante nel 'microcosmo' di certe musiche. Anche se devo dire che non sempre ho visto - non solo per il nostro progetto ma anche per altre iniziative simili - l'attenzione e la risposta che mi auguravo, a prescindere dal valore musicale dei vari progetti. Con questo non voglio dire 'capite che cosa importante ho fatto?', poiché non è l'evento specifico che è importante in se stesso: quello a cui pensi quando fai certe cose (oltre al fatto specificamente musicale) è anche il valore che possono avere come 'segnali'. Io credo siano necessariamente dei segnali anche indipendentemente dallo specifico delle musiche...

Beh, nel caso del quartetto, per un ascoltatore 'rock' possono esserci tanto dei limiti estetici quanto dei motivi di interesse, date certe sonorità e soluzioni (all'interno di una cifra stilistica che si è cercata e ponderata). Il disco è senz'altro poco "pop". In questo senso come avete selezionato le musiche?
Nel momento in cui siamo entrati in studio abbiamo suonato sia musiche totalmente improvvisate che dei tentativi di 'orchestrazione' guidati da suggerimenti vocali preliminari (una cosa che si coglie bene nel film). Solo alcuni di questi episodi sono finiti nel disco, moltissimi si sono allontanati dalla cifra stilistica che avevamo raggiunto e li abbiamo deliberatamente esclusi, pur avendone mixati alcuni. Il disco avebbe potuto essere più lungo, abbiamo optato per una durata da vinile che al di là dell'idea 'retrò' fornisce una panoramica esauriente sui 'climi' che si sono creati suonando senza creare ripetizioni evidenti - una descrizione accurata ma non una trasmissione compiuta di tutto quello che è successo in studio. Il che ha creato un'ulteriore 'scrematura' del materiale, anche ad aumentare le differenze con la musica che si sente nel film. Sì... tra l'altro il film mi piace tantissimo, mi è sembrato molto 'caldo' guardandolo da semplice spettatore e non da protagonista, anche perché i veri protagonisti secondo me sono gli eventi visti da fuori e il regista ed il suo sguardo. Forse l'unica cosa un po' 'sbilanciata' nel film è che presenta parecchi momenti di confronto e discussione durante la fase in studio del progetto, che in realtà sono stati minoritari: in realtà il 97% del minutaggio del disco nasce da libera improvvisazione (abbiamo suonato molto, senza pressoché nessuna sovraincisione).

Quanto materiale avete mixato?
Tre ore di materiale 'buono' (quello che non ci andava lo cancellavamo al momento), più un paio di concerti, poi scartati per la troppa differenza di sonorità.

La cosa che più hai apprezzato dell'esperienza?
Due cose più di tutte: la determinazione e la volontà che ho visto in Mirko nello stare dietro a tutta l'operazione (prendendo praticamente al volo un suggerimento di Arrington e rendendolo concreto con un impegno e una dedizione notevoli, anche per il significato che una simile operazione avrebbe avuto - non era un semplice regalo di Natale a noi quattro!); e poi la grande curiosità umana e culturale di Arrington e Aaron, che ho trovato un bel mix di compiutezza adulta e di freschezza giovanile, di fiducia nei propri mezzi senza alcuna chiusura o pregiudizio.

Quella che più ti ha infastidito?
L'ostacolo più grosso è stato dovere rispettare un percorso così rigido: la musica era totalmente improvvisata ma logisticamente non abbiamo potuto improvvisare nulla! Un altro aspetto che mi ha infastidito è stata un'occasione in cui ho ricevuto apprezzamenti particolarmente negativi sul gruppo, non perché avessimo suonato particolarmente male, ma perché ad essere messa in dubbio era la nostra stessa buona volontà. Sono solo entusiasta di un confronto con chi dà un giudizio estetico negativo su quello che faccio, è fin troppo facile bere nel bicchiere senza accorgersi che c'è dentro la mosca. È ingiusto però supporre che se la mosca c'è è perché ce l'ho volutamente messa io. Nel caso specifico mi sono sentito offeso, ma date le circostanze per cui 'dovevamo andare avanti' ho dovuto sorvolare

Aaron Hartman

Ora che con l'apparizione del CD e del film il 'cerchio' del quartetto si è chiuso, che te ne pare?
Ascolto le musiche del disco e mi sembrano completamente nuove; avevo dimenticato molti dei nostri suoni. Riascoltandoli, però, riesco a rievocare i momenti in cui li abbiamo registrati.

Avevi aspettative particolari quando ti è stato proposto di far parte del quartetto? Si sono in qualche maniera concretizzate?
All'inizio forse nulla di particolare, ma ricordo che sul volo di ritorno io e Arrington ci siamo guardati in faccia pensando la stessa cosa: avevamo appena concluso qualcosa di straordinario. Sentivo che era come se avessimo commesso uno splendido crimine contro tutto ciò che odio.

Nella tua ottica è stato un esperimento importante o un 'semplice' episodio?
Per me, il progetto è stato uno di quegli eventi che ti cambiano la vita. Come correre una maratona: anche se ci sei arrivato in fondo una volta sola il risultato che hai ottenuto rimane sempre con te.

L'assemblaggio del materiale musicale è stato quindi più una ricerca di un terreno comune (e una sua scoperta) o vi siete di volta in volta mossi su coordinate musicali vicine ad ognuno di voi?
Era necessario trovare un terreno comune, dato che tutto è avvenuto 'al volo'. Ognuno di noi poteva mettersi 'alla guida' di tanto in tanto ma il prodotto finale contiene tutti e quattro in parti uguali. Personalmente penso che potrei mettermi lì ed indicarti le impronte di ciascuno di noi in ogni momento. Quasi come fosse un album fotografico. 'Oh, questo è quando non smetteva di nevicare... ehi, qui hai fatto quella battuta divertente...

Come sono cambiati i rapporti (umani e musicali) tra voi quattro nel corso del periodo di 'convivenza'?
Abbiamo vissuto il tour, le prove, le registrazioni e soprattutto il mixaggio in completo isolamento. Ti ricorderai quanto fosse fottutamente freddo lo scorso inverno, e ci siamo ritrovati assieme nello stesso 'nido'. Avrebbe potuto diventare come 'Shining', invece è servito per avvicinarci. Con Fabio che ci portava le uova. Come dei vecchi amici, senza paura di discutere, né troppo timidi per mangiare l'ultimo biscotto al cioccolato.

Qual è stata la cosa che più hai apprezzato dell'esperienza?
Penso di essere il 'musicista' meno serio del gruppo. Mi piace suonare, ma ancora di più amo il tipo di relazione che si instaura tra esseri umani che sono in grado di comunicare come noi abbiamo fatto un anno fa. La musica è l'espressione tangibile del breve ed intensissimo periodo che abbiamo condiviso.

Quale quella che più ti ha infastidito (se c'è stata)?
Ho lasciato l'Italia gonfio di passione, pronto a mettere in ginocchio il mondo intero col mio amore e la mia anarchia. Ma come succede sempre, la vita è semplicemente andata avanti. L'intensità dei momenti che abbiamo condiviso sembrava li avrebbe fatti durare per sempre. E poi... so che capisci cosa intendo. La 'vita col quartetto' ha un rilievo particolare nel contesto della tua esperienza di musicista? Mi sono preso un anno di vacanza dalla musica.

Hai già visto il film? Che te ne pare?
Non ancora, ma sono molto ansioso di farlo. Anche un po' nervoso perché non so se certe scene sono state usate o no.

Jacopo Andreini

Ora che con l'apparizione del CD e del film il 'cerchio' del quartetto si è chiuso, che te ne pare?
Abbiamo suonato molto in quei 20 giorni, e se penso che alla fine il disco dura meno di 40 minuti vuol dire che la selezione è stata drastica e impietosa, e questo mi sta bene. Abbiamo suonato molte più musiche di quelle che si possono sentire sul supporto digitale, e anche questo fa parte del gioco. C'è molta meditazione nonostante sia al 90% materiale improvvisato. Quanto al 'cerchio', spero che sia un cerchio ermeneutico: spero, cioè, che da questo punto di arrivo riparta un cerchio più grande, che ci faccia fare una traiettoria più conscia, e non sto parlando di soldi.

Avevi aspettative particolari quando ti è stato proposto di far parte del quartetto? Si sono in qualche maniera concretizzate?
Non avevo aspettative strane, e del resto ho l'abitudine di lavorare con persone che conosco solo musicalmente, o anche poco in quel senso, quindi il mio approccio non è stato diverso. Certo, avere una produzione, e una (dis)organizzazione intorno ha fatto la differenza, nel bene e nel male - nel senso che si sono concretizzate anche alcune paure che avevo per quanto riguardava quello che orbitava attorno al gruppo. Ma quanto al rapporto tra noi quattro, tutto si è svolto veramente per il meglio. Ho trovato persone sensibili, rispettose, geniali, appassionate, incuranti della fatica e del gelo e rivolte costantemente con la mente alla musica, nonostante tutti i problemi professionali e personali che singolarmente potevamo vivere. Non bisognerebbe mai dimenticare che gli 'artisti' cacano, mangiano e patiscono esattamente come tutti gli altri.

Nella tua ottica è stato un esperimento importante o un 'semplice' episodio?
Io ed Arrington volevamo suonare insieme sin dal nostro primo incontro nel 1998. Ovviamente, date le rispettive attività e la distanza, era difficile fare qualcosa di più che parlarne. Grazie soprattutto a Mirko Spino, che ha fatto il vero 'produttore', stando dietro a mille problemi e mettendosi in gioco rischiando moltissimo sulla sua pelle, abbiamo avuto la possibilità non solo di incontrarci, ma anche di poter lavorare con relativa calma (troppa fa male) al progetto, dalle prove (che chiamerei piuttosto 'incontri preliminari') fino al mixaggio finale. Quel che è risultato molto importante è stato il dialogo 'sonoro' costante tra noi quattro, soprattutto perché ognuno ha una visione molto densa della propria musica. Quindi non c'era bisogno di molte parole, e infatti quelle poche frasi che ci scambiavamo venivano spesso fraintese, o fuorviavano (e questo si vede bene nel film). La cosa che può rendere l'operazione solo un episodio sarà il futuro. L'intenzione è di non lasciarlo morire lì, ma di dargli un seguito almeno con un tour. Dato però che la natura stessa del progetto implica una certa variabilità delle sue componenti, potrebbe essere un tour in duo, in trio, al limite anche un solo, ma con quella attitudine, e sarebbe ancora legato a questa esperienza e a questo disco, in cui l'elemento umano è stato ed è indissolubilmente legato a quello musicale, rendendo qualsiasi previsione difficile: qualunque cosa succeda, sarà comunque sempre diverso. Noi stessi, ogni volta che abbiamo toccato gli strumenti (e non ogni sera, proprio ad ogni movimento della musica, se non ad ogni nota), prendevamo una diversa direzione; abbiamo cercato di non ripetere mai una combinazione di idee già 'scoperta', nemmeno se vincente o soddisfacente. Solo le registrazioni, con i modi e i tempi che sono propri di ogni session in studio - per quanto la situazione fosse quanto di più informale potessimo organizzare - hanno incanalato un minimo il metodo del gruppo, ma non la sua mentalità.

L'assemblaggio del materiale musicale è stato quindi più una ricerca di un terreno comune (e una sua scoperta) o vi siete di volta in volta mossi su coordinate musicali vicine ad ognuno di voi?
In parte ho già risposto, e comunque, per farla breve, nessuno ha detto 'proviamo a fare un pezzo nel mio stile', specie dal vivo. Suonavamo liberamente e cercando di sentire come un sol uomo, facendo quella che viene chiamata improvvisazione orchestrale (anche se qui siamo di fronte ad un ensemble piccolo) o composizione istantanea. Non è jazz, non è classica, non è rock. non è nessun genere perché nella testa non lo era, quindi quello che ognuno di noi ha messo sulla tavola erano le capacità, i linguaggi, le voglie, ma non delle impronte o degli stereotipi. Inevitabile che a posteriori si possano trovare dei riferimenti, ma è soltanto perché gli elementi fondamentali sono sillabe o suoni di un linguaggio più grande. È come scrivere un libro: non inventi una nuova lingua per farlo, ma usi a modo tuo le parole che conosci, e che hai scavato dentro di te fino a saperne maneggiare ogni significato.

Come sono cambiati i rapporti (umani e musicali) tra voi quattro nel corso del periodo di 'convivenza'?
Ci siamo senza dubbio avvicinati. Vivere 24 ore su 24 insieme, senza stacco o privacy, su furgoni, palchi, strade ghiacciate, intorno a un tavolino a mangiare o a bere toglie molte inibizioni, molte paure inconsce e molte barriere. Ovviamente l'idea iniziale, in un progetto del genere, non è di restare ognuno nel proprio mondo, anzi. Inoltre, nonostante non classificherei nessuno di noi come un giovialone, la continua vicinanza ha portato reciprocamente fuori i lati positivi di ogni personalità. Non ci sono mai stati veri attriti, solo discussioni, e sempre per un motivo. Una crescita piccola - nessuno di noi è un 'maestro' - ma appunto per questo paritaria.

Qual è stata la cosa che più hai apprezzato dell'esperienza?
Con Arrington suonare e 'sentire' il nostro dialogo spostarsi su piani sempre più complessi. Durante la tournée in effetti ci siamo promessi di fare un tour in duo negli Stati Uniti, ma al solito lo stiamo rimandando oramai da quasi più di un anno. Con Fabio vederlo lavorare, vederlo mettere le mani sui microfoni e sul mixer, e capire le geometrie che gli si muovono in testa. Il rigore con cui si avvicina ai suoni è sia bello da vedere che interessante da assorbire. Con Aaron il suo avere un profondo senso del groove, una pulsazione sempre molto diversa ma molto intensa e 'facile', nel buon senso del termine.

Quale quella che più ti ha infastidito (se c'è stata)?
Non riguarda noi quattro, quindi preferisco non parlarneL'esperienza col quartetto ha un rilievo particolare nel contesto della tua attività di musicista? Come ti dicevo prima, non è un esperienza nuova per me, almeno in termini musicali, e quindi no. Come persona ovviamente sì, perché ogni incontro (o assenza) mi mette in discussione e mi fa riflettere a fondo su quello che sto facendo.

Hai visto il film? Che te ne pare?
Andrea Caccia ha una padronanza dei mezzi e dei linguaggi notevole. È una persona in gamba, prende i suoi rischi e mette il 200% del suo tempo e delle sue energie in ballo per la passione di farlo. Il film è spiazzante, vedermi dal di fuori lo è sempre per me. Andrea poi è stato molto coraggioso nel limitare la musica vera e propria a 30 secondi scarsi, e molto in gamba a mostrare quello che sta intorno ad un progetto del genere, alle dinamiche tra i musicisti, anzi, tra le persone. Lo vedo affascinato dagli strumenti stessi, dalle loro possibilità visive ancor più che musicali. E quei 30 secondi di montaggio dei live è la cosa più bella che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni

Arrington De Dionyso

Ora che con l'apparizione del CD e del film il 'cerchio' del quartetto si è chiuso, che te ne pare?
Non so se in musica i cerchi si possano davvero chiudere. Senz'altro spero che l'album del quartetto segni l'inizio di una lunga relazione musicale. Ho trovato sia Fabio che Jacopo molto seri, scrupolosi e professionali nell'impegno con cui hanno arricchito il quartetto, per rendere possibili l'album e il tour. Allo stesso tempo, ognuno di loro è dotato dell'allegria, del buonumore e della gioia che sono necessari nel processo creativo di un musicista, o di un artista in generale. Voglio dire, entrambi possiedono le caratteristiche essenziali che cerco nelle persone con cui scelgo di lavorare.

Avevi aspettative particolari quando ti è stato proposto di far parte del quartetto? Si sono in qualche maniera concretizzate?
Sapevo che avrei incontrato persone che desideravano far parte di un progetto che avrebbe permesso ad ognuno dei suoi elementi di esprimere tutto il proprio potenziale creativo. E questa aspettativa si è realizzata. E poi speravo che ognuno dei musicisti sarebbe stato in grado di aggiungere vari aspetti della propria esperienza in un progetto di gruppo che coinvolgesse le idee di tutti e quattro, e anche questo è avvenuto.

Nella tua ottica è stato un esperimento importante o un 'semplice' episodio?
Non saprei definire esattamente cosa sia stato. Penso di avere imparato molto sul come comunicare le mie idee musicali agli altri. Sono passato attraverso parecchie altre registrazioni e tour, ma penso che questo progetto sia stato in molti aspetti diverso da tutti i precedenti - anche solo perché è avvenuto al di là dell'oceano! Penso che tutti ci si siano dedicati in maniera speciale perché fosse un esperimento positivo, e credo che infine sia stato molto positivo.

L'assemblaggio del materiale musicale è stato quindi più una ricerca di un terreno comune (e una sua scoperta) o vi siete di volta in volta mossi su coordinate musicali vicine ad ognuno di voi?
Si è trattato di una 'visione' in continua evoluzione e ridefinizione, col contributo di ognuno dei membri del gruppo. L'album non suona esattamente come la musica che all'inizio credevo avremmo suonato, ma stranamente suona esattamente come mi sarei aspettato [sic]! Scopo parziale del tutto è stato proprio scoprire cosa sarebbe successo all'incontro delle 'visioni' musicali di ognuno di noi - 'vediamo che succede se combiniamo qualcosa assieme...' Forse è stato un errore chiamarlo 'Arrington de Dionyso Quartet': l'idea di mettere assieme il quartetto è stata mia, ma alla fine non sono stato un vero 'band leader', a dirigere il gruppo è stata l'energia del gruppo stesso.

Come sono cambiati i rapporti (umani e musicali) tra voi quattro nel corso del periodo di 'convivenza'?
Beh, questa è una risposta semplice: non ci conoscevamo davvero prima di suonare assieme, ci eravamo solo sentiti o incontrati per discutere di possibili registrazioni, quindi è ovvio che l'esperienza ci sia servita per arrivare a conoscerci molto bene!

Qual è stata la cosa che più hai apprezzato dell'esperienza?
Il delizioso cibo italiano e le bellissime donne italiane... A parte gli scherzi, durante la registrazione del primo pezzo dell'album ci ritrovammo intrappolati all'interno dello studio perché fuori era iniziata una tremenda tempesta di neve. Continuammo a registrare fino a tarda notte, ma tra noi c'era un'energia surreale, con la coperta della tempesta di neve e trattenerci chiusi nel nostro laboratorio alchemico.

Quale quella che più ti ha infastidito (se c'è stata)?
Non immaginavo che avrebbe fatto così freddo, e non ho portato con me una giacca abbastanza pesante. E come tutti i tour, la prima cosa da dimenticare è la quantità del tempo che si perde sul furgone, con gli spostamenti che non finiscono mai. Preferirei essere un uccello e volare di concerto in concerto, o avere un corpo in forma di sogno, con cui andare a suonare la musica degli angeli (o anche quella dei diavoli - a volte è la stessa cosa!)

La 'vita col quartetto' ha un rilievo particolare nel contesto della tua esperienza di musicista?
Penso che ognuna delle cose che faccio modifichi il mio approccio alla musica, e mi piacerebbe che questo approccio potesse sempre evolversi in ogni situazione musicale in cui io mi ritrovi. Sono molto orgoglioso del lavoro che abbiamo fatto per l'album, penso che siamo stati capaci di catturare in un disco solo molti umori, mantenendolo coeso - c'è un'unità di fondo che attraversa tutti i pezzi, e questo mi piace molto. Se ci fai caso, ci sono certi temi e motivi che lo attraversano tutto.

Hai già visto il film? Che te ne pare?
Non l'ho ancora visto, ma mi ricordo che avevo sempre in testa un orrendo cappello per tenermi caldo, quindi spero non sarà troppo imbarazzante rivedermi così nel film. Spero comunque che mi arrivi presto.