Interview by Rock It
Prima di tutto, volevo chiedervi se c'è stata un'evoluzione
nel vostro modo di proporvi in concerto nel corso degli anni.
Fabio Magistrali: Le prime esibizioni risalgono più o meno a
quatto anni e mezzo fa; non avevano sezione ritmica, né c'era la parte
del set in 'trio elettrico' [quella protagonista del mini 'Five Greeny Stages',
ndr], e quella è una differenza sostanziale. Oggi continuiamo a fare
concerti che integrano la parte del trio con altre forme, ed altre esibizioni,
molto più simili a quelle degli inizi, senza, appunto, la sezione 'elettrica',
quella che si presenta in modo più ortodosso per lo meno a livello
visivo (Paolo e Xabier con le chitarre 'tradizionalmente' a tracolla e così
via). La musica è sempre stata sostanzialmente improvvisata, con dei
canovacci di partenza, delle 'fotografie sonore' da cui ci si muove, che è
quello che facciamo anche adesso.
E da parte del pubblico, pensate ci sia stata una qualche evoluzione nell'accostarsi
alle vostre esibizioni?
Xabier Iriondo: Differenze nella percezione dell'ascoltatore, forse a livello
di attenzione o di stupore per le cose che facciamo, non mi sembra ce ne siano
state, nel senso che non ci sono mai stati episodi di scontri feroci o rifiuti
forti per quella che è la nostra musica. Abbiamo sempre notato che
magari il modo di ascoltarci cambia rispetto agli spazi in cui suoniamo, per
esempio se sono posti 'raccolti' tipo club o caffè/bar con posti a
sedere, la gente che sta di fronte al palco cerca più di seguire e
di costruirsi un'esperienza.
Paolo Cantù: Può essere che all'inizio ci fosse un po' più
di stupore legato alla novità del progetto, ma dopo un po' di concerti
e i dischi forse è diminuito.
FM: Mediamente mi rendo conto che da parte dei nostri ascoltatori, di fronte
alla nostra musica, c'è un'alta tolleranza, rispetto alle aspettative
di riuscita dei vari 'episodi' musicali. Forse perché abbiamo un pubblico
'avvertito', che sa cosa viene a sentire, anche se a volte riusciamo ancora
a spaventarlo...
Questa 'soglia di tolleranza' c'è sempre stata?
FM: Probabilmente c'è nella misura in cui chi viene a vederci,
senza avere per forza già assistito a un nostro concerto, riconosce
e già apprezza il tipo di progetto, 'estremo' o 'libero' rispetto ai
canoni tradizionali, per cui alza questa soglia - nel senso di impegno uditivo
e richiesta di concentrazione - anche solo per seguire il filo di quello che
succede. Mediamente il nostro pubblico è di estrazione 'rock', dati
anche gli spazi in cui di solito ci muoviamo, e quel tipo di pubblico, per
il nostro concerto in 'trio elettrico' (che in questo momento è anche
quello più frequente) deve mettere in gioco meno attenzione e concentrazione,
per una semplice questione di maggiore 'appeal' visivo. A ben vedere, però,
sia per le dinamiche utilizzate che per le sonorità, il concerto elettrico
può rivelarsi oggettivamente più ostico rispetto a quelli che
può capitare di fare con Alberto [Morelli, dei Dissoi Logoi, col quale
talvolta gli ASA si esibiscono in quartetto, ndr], che sono magari tonalmente
più astratti e ritmicamente più ondivaghi.
XI: Quelli poi non hanno nulla di teatrale...
FM: ...e in effetti l'aspetto 'teatralizzante', il vivere molto fisicamente
la nostra musica sta prendendo sempre più piede, anche se in maniera
molto lenta perché non è stato progettato 'a tavolino'. Ma sta
diventando sempre più importante.
Il 'teatralizzare' è comunque ripescare delle costanti
della tradizione del rock riproponendole in una maniera diversa...
FM: Nel rock il mimarsi in certi ruoli, caricaturizzandoli, fino a un certo
punto è completamente privo di ironia. Oltre una certa soglia (peraltro
labile e poco percepibile) si è effettivamente ironici nei confronti
di se stessi e magari pure nei confronti di chi questa ironia non la coglie,
è un po' un gioco di specchi. Personalmente, poi, credo che se i nostri
referenti musicali, i nostri ascolti, le nostre partecipazioni a musiche di
altri non ci avessero messo così a contatto di questo modo di 'teatralizzare'
(che poi era già quello della Magic Band di Beefheart piuttosto che
di Zappa o di tanti altri progetti, magari nemmeno così estremi musicalmente)
lo stimolo non ci sarebbe venuto così spontaneo. In fondo, pur vivendo
molto fisicamente la musica mentre la suoniamo, non arriviamo così
spontaneamente all'auto-caricatura che sfocia nell'autoironia o nel grottesco.
I concerti li preparate con una struttura precisa o sono aperti a questo
tipo di variazioni all'interno della stessa serata o serie di esibizioni?
XI: se con quello intendi una scaletta, diciamo che c'è una 'scaletta
di canovacci': anziché dei brani ci sono delle sequenze, delle 'microstrutture'
all'interno delle quali possiamo più o meno avere di improvvisazione
o di dilatazione delle stesse.
FM: ci sono anche delle ragioni strettamente tecniche, legate alla gestione
contemporanea di più strumenti, dell'effettistica etc. che ci impongono
di seguire una sequenza precisa. Ovviamente questa può essere sovvertita
da qualsiasi tipo di guaio tecnico (possibile) o 'emotivo' (più raro).
Sappiamo quali carte stanno nel mazzo, e alcune non sono perfettamente interscambiabili.
È più probabile che in un 'canovaccio' si stabiliscano gli ingredienti
sonori e non le note. E le 'variazioni' all'interno delle strutture non sono
mai abbastanza rispetto a quello che vorremmo: ci sono stati dei momenti negli
ultimi anni in cui abbiamo suonato, per esempio nelle jam col Gorge Trio (di
prossima pubblicazione, ndr) musica totalmente improvvisata, e il nostro livello
di 'organizzazione' mi sembra "discreto". Ma sappiamo che potremmo
improvvisare anche di più.
XI: ...anche perché non suoniamo tanto assieme; in altre band che
fanno improvvisazione ci sono magari un tale affiatamento e un'unità
di intenti 'continue' che non possono che dare buoni frutti.
FM: d'altra parte nei contesti puramente improvvisativi, più che
i 'progetti' collettivi sono i singoli, le individualità che contano,
musicisti che suonano praticamente sempre. Noi suoniamo occasionalmente (ma
non così poco come in questo periodo) per scelta: ci possono essere
delle pause anche di mesi tra una 'session' e l'altra.
...è lo stesso andamento che ha il processo di registrazione e
produzione dei dischi?
FM: Lì il 'continuum' emozionale ed estetico non è così
labile, la lontananza può allentare i lacci dell'interazione prettamente
fisica (o dare qualche inevitabile fastidio tecnico).
XI: ...ma è ugualmente dilatato nel tempo.
FM: In questo periodo per esempio stiamo facendo dei mixaggi, ma anche questi
li stiamo gestendo a blocchi di due giorni alla volta, magari per altri sarebbe
una difficoltà ma attualmente per noi non è un problema.
Dette queste cose sul rapporto con il rock più ortodosso, pensate
che sia più il pubblico di quest'ultimo a venire verso di voi o che
siate voi (costretti o no) a dovervi inserire in altri contesti musicali?
XI: Andare in certe direzioni, come nel caso del 'trio elettrico',
è stata una cosa assolutamente naturale, in fondo io e Paolo siamo
fondamentalmente due chitarristi e Fabio è un batterista; sono gli
strumenti coi quali abbiamo iniziato e la cosa non può non averci influenzato.
FM: Più che altro sono i 'territori' in cui ci sentiamo più
a nostro agio, anche se un po' ci mette in imbarazzo relegarci o vederci relegati
esclusivamente a quei ruoli. La nostra idea è quella di essere volti
il più spesso possibile a 360 gradi, nel pensare, suonare e registrare
la musica.
XI: In ogni caso, anche solo la scelta quasi costante di inserire nella
'scaletta' la ventina di minuti di 'trio' è sintomo di una volontà
di andare, strutturalmente, verso un pubblico rock 'aperto', che trova i riferimenti
di un trio rock chitarristico, ma anche input e direzioni meno consuete.
PC: E poi è naturale sviluppare sonorità diverse in contesti
diversi, come i concerti con Alberto in cui magari andiamo a sfruttare caratteristiche
diverse della nostra musica.
FM: A contare molto, in questi casi, sono i già citati aspetti
tecnico/pratici: ci siamo resi conto che per portare 'bene' sul palco, con
possibilità di approfondimento e resa sonora tutti i 'tasselli' di
un disco come "Illu Ogod Ellat Rhagedia" (che rappresenta ormai
il nostro passato prossimo più che il nostro presente), avremmo dovuto
preparare un set molto molto complesso. Le esigenze di mantenere il concerto
snello e 'malleabile' rispetto a spazi e budget ci hanno portato a trovare
un compromesso in un set 'aperto' quanto a possibilità sonore, ma tecnicamente
compatto. Senza parti fisse ma con l'esigenza di avere i suoni ben organizzati,
rischiare dei soundcheck mal fatti o approssimativi sarebbe come per un gruppo
'ortodosso' salire sul palco senza aver provato le canzoni. Anche lì
dobbiamo fare i conti con dei limiti, autoimposti o esterni.
XI: Ad esempio la definizione temporale che diamo al concerto di solito è
molto stretta, scegliamo di suonare 40-45 minuti, al massimo 50 o 55. Mai
oltre questa soglia, comunque, dopo la quale forse si perderebbero l'intensità
dell'esibizione e l'attenzione del pubblico.
FM: siamo molto convinti di questa scelta di 'asciuttezza' nella proposta
dei vari ingredienti. Avere un set breve però significa spesso accettare
di suonare con più gruppi, e rischiare magari i problemi tecnici già
discussi... dovremo inventarci qualcosa per il futuro. Magari faremo dei dj
set prima o dopo...
Rispetto al contesto di 'comunicazione' e diffusione della musica
(quello della stampa e delle etichette, per intenderci), vi sembra che in
questi anni ci siano stati dei cambiamenti rilevanti a livello di interesse,
di numero di proposte interessanti, di 'scena' in Italia? Questo relativamente
non solo alla storia degli ASA, ma alle vostre esperienze individuali che
vanno temporalmente al di là di questo progetto...
FM: A me sembra una questione di 'corsi e ricorsi' storici, con solo qualche
piccola variazione (nel bene e nel male) ad ogni ciclo. Rispetto al panorama
discografico, se parliamo di 'underground' o 'avanguardia' (che parlando di
'rock' è magari solo forma di ridiscussione di un genere di per sé
poco avanguardistico) basta tornare indietro di un po' di anni per trovare
altre fasi, in Italia, analoghe all'attuale. Magari ci sono differenze, in
termini di copie vendute (ma sono piccole variazioni su piccole quantità)
o di diffusione materiale delle stesse, ma già dai primi anni '80,
tanto per fare un esempio ci si scambiava musica su cassetta, nella stessa
maniera in cui adesso ci si scambiano i file. La creatività e i presupposti
per scatenarla e diffonderla c'erano già quasi vent'anni fa, rispetto
ad oggi la differenza credo stia nelle risorse tecniche a disposizione di
chi fa musica in un ambito 'antagonista', casalingo o comunque autoprodotto.
Allo stesso modo i dischi indipendenti circolavano anche allora: in fin dei
conti il tentativo di fare le cose in autonomia esiste da quando esistono
i presupposti tecnici per farlo. In più, in un contesto molto più
ampio, sono davvero decenni che le musiche occidentali indagano su se stesse;
che suoniamo rock, jazz, o l'uno mescolato all'altro, che sia avanguardia
o no tutti cerchiamo una continuità nel contesto di un linguaggio che
non può più essere davvero 'nuovo'. E siamo di nuovo al discorso
sulle risorse tecniche: nonostante la tecnologia sia cresciuta così
tanto negli ultimi vent'anni, non ci sono state altrettante evoluzioni musicali;
d'altronde, tra le cose incise con il primo Moog c'erano i pezzi di musica
classica...
Questo vale anche per i canali di comunicazione?
FM: Sì, ma lì il problema è quello di rendersi conto
che a volte la stampa di parte 'buona', quella che parla degli argomenti che
più interessano o che magari sostiene le novità, può
essere dannosa. Personalmente, fino a un certo punto nei primi anni in cui
leggevo riviste specializzate pensavo potesse esistere una divisione tra 'buoni'
e 'cattivi', fino a quando le frizioni tra tendenze musicali non sono diventate
troppo forti perché appoggiate per partito preso. Spingere una 'scena'
che magari non esiste, senza mediare né contestualizzarla, può
voler dire far sparire nel giro di un mese anche quanto in essa ci può
essere di buono. All'estero è capitato col punk, in Italia nella prima
metà degli anni '80 col recupero del garage: c'è stato un po'
di movimento, il pubblico di settore ha recepito in fretta, e la stampa si
è immediatamente adeguata, senza rendersi conto della spaccatura quasi
generazionale che stava creando. Sia io che Paolo facevamo già musica
in quegli anni, e ti garantisco che si è trattato davvero di veder
spuntare in un baleno Vox e Farfisa dove prima magari c'era tutt'altro tipo
di evoluzione. Per uno spettatore è legittimo passare al concerto dark
depresso al beat danzereccio nel giro di una settimana, ma è lì
che la stampa deve intervenire e relativizzare (pur sostenendoli) i fenomeni.
Altrimenti le fratture non fanno bene a nessuno.
PC: Quello che poi è successo negli anni '80 è che dopo
un cambiamento così repentino non c'è stato un ricambio generazionale
'costante', e le stesse riviste hanno perso in poco tempo molti dei loro vecchi
punti di riferimento.
FM: Oggi la carta stampata è forse meno importante rispetto al
passato, a livello informativo c'è la possibilità di essere
molto più autonomi...
XI: ...e di sapere molto di più, in maniera più diretta.
FM: Una volta il giornale, oltre che strumento di informazione, era magari
l'unico 'territorio' in cui potevi trovare certe suggestioni, anche solo leggendo
di musiche che probabilmente avresti fatto una gran fatica ad ascoltare. In
questo la stampa specializzata è stata determinante. Adesso ci sono
molte più testate, e proprio per questo tutte sono relativamente meno
importanti. Ci sono le webzine, ci sono molte più possibilità
di informazione. Ma non ci si dovrebbe limitare solo all'informazione, visto
che dopo tutto è di un linguaggio artistico che si parla...
Aumentando il divario tra chi 'vende' e chi no: sempre più
gruppi indipendenti ignorati, sempre meno prodotti multimilionari da coprire
al 100%...
FM:...tra i quali solo pochi alla fine giustificano gli investimenti. È
un ingranaggio che non funziona per niente, come del resto quello della musica
dal vivo. Avere più possibilità di suonare dal vivo (possibilità
che attualmente non vedo) sarebbe una grossa occasione di legittimazione per
certe realtà: misurarsi col pubblico, possibile o reale - anche se
magari non ti caga, del tutto o parzialmente - è comunque un'occasione
di crescita. Pensa a tutte le 'scene', grosse o piccole, del panorama internazionale:
a volte è bastato che quattro persone si 'buttassero via' cercando
di far suonare gente pagata poco o niente ma rischiando quanto a scelte di
originalità e freschezza per creare una vera identità, sia dei
locali in cui si suonava che della gente che li frequentava. In Italia non
è mai partito niente di simile, anche se se ne è parlato, usando
magari i termini 'scena', 'movimento' e simili a sproposito, magari quando
trovare dei 'movimenti' o 'movimentini' faceva comodo per individuare un trend;
ma in quei casi non si crea un cazzo, ci si marcia e basta. Questo non vuol
dire che in Italia non ci siano mai state delle connessioni, delle 'vicinanze'
o delle contingenze, ma è sempre mancato un vero 'territorio' comune.
A parità di condizioni (scadenti) a cui fai suonare i gruppi, se sei
un gestore prova a fare delle scelte ragionate, anziché pescare i primi
che arrivano... Che sia per una particolare presa di posizione, o per questioni
politiche, stilistiche o altro, l'importante è che si crei un'identità,
qualunque essa sia. Adesso è tutto una pappona informe. Si cercano
le cose più semplici, ci sono sempre più cover band - il numero
di puttanelle in città è sempre molto alto -, e sempre più
dj set, semplici, godibili e magari presentati come 'ricercati musicalmente'.