Eterea PostBong Band

Interview by Federico Guglielmi e Aurelio Pasini, Il Mucchio Selvaggio

Già Fabio Massimo Arati ne ha tessuto le lodi (nonostante l’accenno critico o quasi critico, che riprendiamo a fine intervista), noi non possiamo che confermare: “La chiave del 20” è uno dei prodotti più interessanti in circolazione fra le uscite indipendenti italiane degli ultimi tempi; complimenti quindi alla Wallace/Audioglobe che ha supportato il progetto. Le sigle titolari del progetto sono due: una è ormai ben nota, anzi, famigerata, ci riferiamo agli Uochi Toki (l’Anti Pop Consortium di casa nostra, a voler dare una definizione molto giornalistica e molto approssimativa), l’altra invece da non troppo tempo ha cominciato a farsi avvistare sui radar, gli Eterea Postbong Band, artefici di un krautrock casereccio piuttosto coraggioso e inventivo, spesso in bilico tra humour e psichedelia (e Primus). Quella che segue è una breve intervista svolta via mail, asetticamente via mail, con entrambe le formazioni; eppure dà già un’idea dell’atmosfera che si respira nel disco…

Dove finiscono gli Uochi Tochi, e dove iniziano gli Eterea Postbong Band, ne “La chiave del 20”?
UOCHI TOKI: Gli Uochi Tochi finiscono quando il disco diventa piacevole da ascoltare. La Postbong Band non inizia: entra in azione!
ETEREA POSTBONG BAND: Da una prospettiva insiemistica, dato un insieme A (Etera Postbong Band) e un insieme B (Uochi Toki), avremo che A escluso B contiene tre elementi (o brani), mentre B escluso A contiene tre elementi (o brani). Il resto, trailer introduttivo della storia e skit vari, appartiene all’insieme misto AB. Magie della matematica.

Perché si sono incontrati?
UT: A un controllo dei carabinieri, a Vicenza, ci hanno fermato (a noi Uochi Toki) per farci l’alcool test, e la macchina dava zero. Fermano intanto anche un furgone, sottopongono l’autista al test il risultato dà: fuori scala. I carabinieri non ci capiscono più niente e ci portano tutti in caserma per risottoporci al test. Nella lunga attesa, abbiamo fatto amicizia. Il furgone era quello degli Eterea Postbong Band.
EPB: Vero. Quella sera arrivavamo da un ritiro spirituale di Padre Ireneo. Dopo ore di meditazione guidata, avevamo proprio bisogno di scolarci qualche pinta, e quando uscimmo da quella taverna faceva già buio. Lungo il tragitto di ritorno si avverò quanto predetto da Giangi Skunk: fummo fermati da due buffi uomini in tuta nera e rossa a bordo di una macchina con una strombo blu sulla capotta. Il resto è storia.
UT: Ognuno poi si è fatto i fatti suoi, fino a quando si è unito tutto al meglio al Fiscerprais Studio (lo studio di Rico, il beatmaker degli Uochi Toki, già al fianco anche di Bugo in più di una produzione, NdI). Preferiamo però descrivere “La chiave del 20” come un kolossal scritto a dodici mani.
EPB: L’idea di fare un disco assieme, fu degli Uochi; l’idea di ambientarlo in una discoteca, nostra; il resto ce l’ha detto Suor Germana. Il nostro produttore.

C’è speranza che qualcuno degli avventori di quella serata in discoteca, attorno a cui è costruito quello che a tutti gli effetti è narrativamente un concepì album, finisca col sentire il disco? Se sì, quali azioni dovrebbe o potrebbe avere? O c’è solo spazio per la rassegnazione nichilista, quella secondo cui ogni dialogo con certe realtà è impossibile, fotografata nella traccia “Dal club alla strada”?
UT: I presenti alla serata – escludendo Uochi Toki ed Eterea – di fronte a “La chiave del 20” non potranno che redimersi.
EPB: Ti diciamo solo che noi, nel disco, siamo quelli che fanno festa.

Chi sentite in questo momento come compagni di strada, artisticamente ed esistenzialmente parlando?
UT: OvO: percorriamo assieme trentamila chilometri all’anno.
EPB: Gli U2. Cioè i due Uochi Toki.

Che rispondere a Fabio Massimo Arati, che sul Mucchio dà al rap di Napo degli Uochi Toki la patente di “incredibilmente molesto”?
UT: Sarebbe più utile la patente C.
EPB: Fabio! Come va? Allora, ti è arrivato il cesto con quella busta di origano e quel sassetto di tartufo bianco delle Tre Marie? La prossimo volta, però, Napo smerdalo un po’ di più.