Satantango

Feature by Raffaella Oliva, Vivimilano

Il sestetto, nato dalle ceneri dei Tupelo e dei Playground, presenta i brani del secondo album, «Mr Bore», pubblicato con la Wallace.

Di solito infili il cd nello stereo e inizi ad ascoltarlo. Di solito. Invece «Mr Bore», il secondo disco dei Satantango, contiene una traccia «0» che può essere sentita unicamente premendo il tasto «Rew» non appena comincia la prima canzone. Solo così si può far partire la cover di «Clear Spot» di Don Van Vliet, meglio noto come Captain Beefheart. Un brano che ci fa subito capire dove si colloca la band lodigiana: in una zona tra rock blues e garage, abitata da chitarre distorte e suoni ruvidi. «Si tratta di un pezzo che facciamo già da qualche anno – spiega Anna, la cantante –, ci sembrava bello inserirlo nell’album, solo che Mark Lanegan ci ha anticipati, per cui abbiamo deciso di metterlo comunque, ma come ghost track. E’ un vero e proprio inno, così come le altre due rivisitazioni di "Rope Song" dei Devo e "Blank Generation" di Richard Hell». Nato dalle ceneri dei Tupelo e dei Playground nel 2000, dopo la scomparsa dei musicisti Stiv Livraghi e Alessio Zagatti, morti in un tragico incidente, il gruppo lombardo pubblica l’album di debutto «Downhill» nel 2002. «Quella di continuare a suonare è stata sicuramente una decisione sofferta – racconta Anna –, ma la voglia di portare avanti quello che si era iniziato ha avuto la meglio». Tanto che a due anni di distanza è arrivato «Mr Bore», registrato all’inizio del 2004 sotto la supervisione di Fabio Magistrali e uscito lo scorso autunno per la Wallace Records, l’etichetta del milanese Mirko Spino. «Abbiamo recuperato le poesie di Stiv e le abbiamo tradotte in inglese, lingua più adatta al nostro genere musicale. Rispetto al primo, questo disco è un po’ più rock’n’roll, un po’ più duro, ma decisamente più allegro, meno cupo». Sulla copertina campeggia un ritratto di Sid Barret in manicomio: primo indizio di quello che è il background dei Satantango, il cui sguardo è rivolto soprattutto al passato. «Io, personalmente, arrivo dal punk americano del ’77 – spiega Anna – e dalla prima new wave, quella un po’ più strampalata, alla Pere Ubu, ma in generale ascoltiamo veramente di tutto: Julian Cope, Nick Cave, noise... Di cose nuove ultimamente non ho preso nulla, non c’è niente che mi interessi più di tanto». Di recente il sestetto, il cui nome si rifà a un film dell’ungherese Béla Tarr, ha partecipato a una compilation dedicata ai Pink Floyd, ma, a parte questo, l’attenzione è tutta concentrata sulla promozione di «Mr Bore». Due i concerti fissati per questo fine settimana: venerdì 1° aprile al Bloom di Mezzago e sabato 2 al Jail di Legnano. «Dal vivo siamo abbastanza devastanti, viene fuori la nostra anima punkeggiante», anticipa Anna, che, paragonata più volte a Patti Smith e a PJ Harvey, commenta: «Sono orgogliosa del confronto con Patti Smith, perché è la mia cantante preferita in assoluto. Quanto a PJ Harvey, anche se la apprezzo molto, diciamo che più che altro ho la fortuna di avere nelle mie corde vocali un tipo di timbrica simile al suo. Ma la verità è che sto cercando un mio percorso per allontanarmi da questi canoni: chissà se un giorno qualcuno dirà che canto come Anna Poiani!». Chissà...