Tasaday

Interview by Roberto Bonfanti, Freak Out

Non si può tirare in ballo semplicemente di musica quando si parla dei Tasaday. Più opportuno allargare la visuale e proiettare l'esperienza musicale in senso stretto sul piano della vita di tutti i giorni, e trattare i Tasaday alla stregua di un percorso di vita in cui attraverso la musica si sperimentano nuove forme di conoscenza, di operatività, di espressività. Non c'è altro modo, forse, per spiegare come un progetto così "difficilmente" underground e assolutamente scevro dalla retorica di certe estetiche "alternative", dopo 20 anni, non solo non sia stato eroso da una qualche aleatorietà di intenti, ma sia riuscito a migliorarsi progressivamente, fino ad agganciarsi saldamente alla dinamica dei tempi e a viaggiare alla perenne, ma mai forzata, conquista del nuovo (sul piano tecnico e soprattutto su quello artistico-espressivo, cui il primo è comunque funzionalizzato). Le recensioni dei dischi le avete (e spero anche i dischi), di seguito c'è molto altro da leggere per bocca dei diretti interessati. Che altro dire allora?


Tasaday, 2004: come inquadrereste questo momento, questo disco nel quadro della vostra ventennale carriera? C'è una continuità con il passato non vicino, o i cambi di line-up e l'uscita dall'ufficiosità semi-invisibile hanno dato vita a una nuova realtà, a una "seconda giovinezza"?
La continuità con il passato esiste nel senso che siamo pervasi dallo stesso spirito con cui iniziammo a suonare oltre 20anni fa. Le persone entrate nella formazione di recente hanno dato un contributo determinante per rivitalizzare il "fuoco" che pervade l'espressione sonora chiamata Tasaday. Il nuovo disco si pone come il coronamento di un percorso durato 4 anni ricchi di esperienze, duranti i quali la band si è in maniera del tutto naturale e spontanea aperta a diverse collaborazioni ed allargata fino all'attuale, insolita per i nostri tempi, formazione a 7 elementi.

Facciamo qualche passo indietro… innanzitutto - e fa abbastanza strano pensarci - che possibilità c'era di fare sperimentazione d'avanguardia nella "Milano da bere" degli anni 80? Quali spazi, quali circuiti, quali possibilità di rendere tutto ciò effettivo?
Nell'epoca dei Duran Duran, gli spazi dove trovarsi e suonare erano sicuramente pochi. Ci piace ricordare Radio Montevecchia, dove ci siamo conosciuti prima di formare la band, il centro sociale S. Apollinare di Arcore, l'Art Noveau di Monza, l'Immaginazione di Pantigliate dove abbiamo tenuto i primi concerti e soprattutto l'etichetta milanese ADN che ha pubblicato le nostre prime registrazioni. Guardando fuori Milano, il circuito italiano della musica alternativa d'avanguardia non aveva spazi né solidi punti di riferimento, quindi, nonostante un certo fervore sotterraneo di singoli sperimentatori dediti soprattutto al rumorismo industriale (su tutti M.B. e LXSS alias Roberto Marinelli, anche produttore di alcuni nostri lavori), solo pochi gruppi riuscirono a mantenere una certa continuità nella produzione. Tra questi vanno ricordati i FAR di Mauro Guazzotti e i TAC di Simon Balestrazzi, ancora oggi in attività, e pochi altri. Per il resto in Italia la scena della musica alternativa era dominata dalla new wave, con decine di band che tentavano di emulare i gruppi storici inglesi del periodo, dai Joy Division ai Cure ai Bahuaus. I locali dove suonare davanti ad un pubblico interessato erano veramente pochi e curiosamente capitava che ci invitassero in discoteche, feste di paese o scuole, dove non di rado la nostra performance veniva interrotta perché mal sopportata dal pubblico o dai gestori. Ma questo era il nostro pane, anzi, l'isolamento ci spingeva ad osare sempre di più, fino ad esprimerci in performance sempre più violente nei confronti di noi stessi e del pubblico.

Tra il 1990 e il 1999 la vostra discografia - almeno quella ufficiale - fa rilevare un "vuoto" di produzioni. Cosa è accaduto? Uscite non ufficiali, quiescenza, altri progetti…?
In quel periodo realizzammo due impegnativi progetti che non ebbero il seguito che avrebbero invece potuto avere (a quei tempi non esisteva ancora la Wallace Records!!). Uno coinvolgeva lo scultore fiorentino Alberto Coppini che costruiva una statua in ferro mentre noi suonavamo, la performance si chiamava "Concertoscultura". L'altro progetto era in collaborazione con il gruppo artistico "La centrale dell'arte", il quale aveva costruito delle installazioni animate che facevano da scenario al nostro concerto. Le musiche che eseguivamo erano state create appositamente per queste performance e non sono mai state più utilizzate. Rimangono dei video che stiamo trasformando in DVD.

Che ruolo ha avuto poi la nascita della Wallace nella vostra "riemersione" e, in genere, nell'attività di band (A Short Apnea, R.U.N.I.) e musicisti vicini a Milano e, stilisticamente, agli stessi Tasaday? So che non è assolutamente il caso di parlare di "scena", ma si può parlare dell'etichetta di Mirko come di un punto di riferimento e di riconoscimento per musicisti altrimenti costretti a faticare non poco per rendere pienamente manifesta la propria identità artistica?
La Wallace Records è fondamentale per noi in quanto ci permette di pubblicare i nuovi lavori e copre un ruolo insostituibile per molti gruppi, non solo milanesi. Mirko è invaso da una grande passione e da un'energia speriamo inesauribili. Il suo principale merito è stato quello di instaurare un rapporto di amicizia con le persone che incidono per la sua etichetta. Non si tratta di una scena ma di una comunanza di intenti, suonare e pubblicare dischi senza il "filtro" di condizionamenti volti a rendere il prodotto appetibile e assimilabile.

Ed ecco poi, dopo alcuni dischi "standard", il "Kaspar Project", operazione di "trasparenza" sui costi di produzione del mercato, ma anche interessantissima modalità di realizzazione dei contenuti di un disco. Cosa vi è rimasto di esso, da un punto di vista sia strettamente artistico che, soprattutto, concretamente operativo?
Siamo rimasti sorpresi anche noi del risultato finale del "progetto Kaspar" per quanto riguarda la parte sonora. È stato incredibile ottenere una qualità cosi alta assemblando materiale proveniente da suoni registrati da altre persone, a volte neppure musicisti. È stata un'idea forse non nuova, ma è risultato interessante riunire centinaia di persone con contributi sonori e in veste di produttori. Al di là dell'aspetto musicale in se stesso, quello che resta è l'esperienza di avere potuto incontrare un numero ed una varietà così grande di persone. Il "Kaspar Project" ha rappresentato il definitivo addio alla solitudine e all'isolazionismo, nel quale a volte ci siamo pure crogiolati, del passato. Inoltre per la prima volta Mirko Spino non ha perso neppure un centesimo!

Ora esce "In Attesa, nel Labirinto", che voi stessi definite come vostro "album rock"… il che previene una possibile, e ovvia, domanda… ma apre la porta per un'altra: dove sono gli elementi, o il semplice feeling, del rock? Qual è la vostra concezione di "rock"?
Dopo alcuni anni di manipolazioni al desktop (vedi i CD "Con il Corpo Crivellato di Stelle" e "Kaspar Project"), il feeling del rock sta nell'aver realizzato dei brani provando in garage e sudando come una rock band. La composizione è tornata ad essere corale e il lavoro di manipolazione e assemblaggio dei suoni è stato eseguito solo nella fase di missaggio.

Al di là delle definizioni, gli ultimi episodi dei Tasaday mi danno la sensazione di opere in cui ad esser sospesa, aleatoria, pare la stessa disciplina artistica attuata, e il percorso all'interno di ogni album sembra un insidioso avventurarsi per "colpi di scena" che, benché tali, non sono evidenti… o si tratta proprio di soffermarsi "in attesa, nel labirinto"? Ok, le vostre opinioni, ma dopo rilancio con specifiche osservazioni…
Raramente agiamo seguendo un obiettivo prefissato o lasciandoci guidare da ispirazioni "artistiche", né tanto meno da questa o quella corrente artistica. Negli anni '80 usavamo una citazione: la parola arte suona per noi vuota di significato come la parola Dio. Forse oggi potremmo pensarla diversamente, ma in ogni caso l'atteggiamento più conveniente nell'approccio alla musica dei Tasaday è quello di soffermarsi, in attesa, nel labirinto, come tu suggerisci. Sta all'ascoltatore trovare la via d'uscita, se proprio la vuole trovare…

Ok, non potendo mandare un break pubblicitario o un "alla prossima puntata" - sarebbero perfetti -, snocciolo subito qualche impressione "da taccuino". Innanzitutto l'atmosfera di grevità che si respira richiama un immaginario quasi epico, lontano da un'iconografia ben precisa, eppure in assonanza con una figura ambigua (corpo vs essenza) della divinità, come se quest'aspetto fosse trapiantato da qualche dottrina filosofica che, ahimè, mi sfugge… Inoltre, come già nel "Kaspar Project", sembra farsi strada anche un'oscura estetica teutonico-mitteleuropea, generatrice di una rappresentazione drammatica e ossessiva della realtà… non so, forse sarà solo la suggestione di qualche lirica in tedesco, lo stesso riferimento a Kaspar… e ancora, 'Mind Now 2004': collage di riflessioni, Tasaday's weltanschauung, stream of consciousness… e poi la precisazione dell'anno… ascoltare e capire? ascoltare e riflettere? ascoltare e basta?
Okkey, almeno una spiegazione te la diamo. Ed è più semplice di quello che puoi immaginare. 'Mind Now 2004', l'ultimo brano dell'album, riprende per assonanza il titolo del primo, 'Mindanao 1971'. L'idea è di Christoph Hess, alias Strotter Inst. (www.strotter.org), lo sperimentatore svizzero che ci ha donato due delle sue preziose tracce suonate con 5 giradischi modificati, tracce che costituiscono l'ossatura portante dei due brani che aprono e chiudono l'album facendone da cornice. Nell'isola di Mindanao, nel 1971, fu scoperta la tribù dei Tasaday, gente che, si disse, viveva allo stato dell'età della pietra. 'Mind Now 2004' si presta a più interpretazioni, ma principalmente intende attirare l'attenzione su un punto preciso del presente. Si è voluto fissare due momenti del tempo, e rendere il tempo stesso circolare… se nel lettore inserisci il tasto repeat CD e vai oltre la fine del disco, ti accorgerai che la prima traccia è la ripresa dell'ultima.

C'è un po' di affollamento in casa vostra ultimamente… com'è accaduta questa (improvvisa?) coesione? E che rapporto c'è oggi con A Short Apnea, i cui componenti sono ormai tutti ricompresi nei Tasaday? E com'è stato il Ripamonti/Tasaday one-man-band?
Precisiamo subito che non tutti gli ASA sono nei Tasaday. Fabio Magistrali (seppure abbia partecipato al progetto Kaspar insieme ad altre 50 persone) non ha a che fare con il nuovo disco, e compare nei ringraziamenti per dei favori che ci ha fatto in fase di registrazione. Inoltre gli ASA sono ormai ufficialmente sciolti mentre da quell'esperienza è nato il progetto Uncode Duello (Cantù/Iriondo). Quanto alla nostra line-up oggi siamo in 7. Ripamonti, Sangalli, Ronchi fanno parte del nucleo originario e fondatore dei Tasaday. Idem dicasi per Cantù, anche se dall'1985 al 2001 ha seguito altre strade suonando in diversi importanti gruppi della scena indie rock italiana. Golfari collaborò in più occasioni con i Tasaday negli anni '80. I due elementi veramente nuovi sono Iriondo e Malavasi. Dopo il progetto "L'Ultimo Tasaday", con il CD realizzato dal solo Ripamonti nel 1999 per Beware, negli anni seguenti ad uno ad uno si sono aggiunti gli altri membri fino all'attuale formazione che è stabile dal 2002, affiatata e solida. L'apporto degli ex ASA Cantù e Iriondo è stato fondamentale nel nuovo disco, come del resto quello di Malavasi, soprattutto perché ci hanno messo del loro pur sintonizzandosi perfettamente sulle frequenze Tasaday.

Dove guardano gli occhi dei Tasaday - oggi, magari domani? Cos'è che rende ogni giorno degno di essere vissuto, come band e come individui (hey, avete finora l'esclusiva di una domanda del genere)?
Grazie per l'esclusiva della domanda, ma non sono convinto che tu l'abbia rivolta alla gente giusta! Direi che non è il caso di rispondere all'interrogativo che riguarda l'individualità perché ci vorrebbero 7 risposte di 7 pagine l'una e sai che palle (ma qualcuno potrebbe anche lasciare la pagina in bianco…). Cosa rende ogni giorno degno di essere vissuto come band… a mio giudizio, sono due cose: la soddisfazione di creare senza alcun condizionamento esterno. Tutto quello che facciamo tiene conto solo di ciò che noi riteniamo valido, mentre quello che può piacere all'etichetta, alla critica o al pubblico non lo prendiamo minimamente in considerazione. E scusate l'egoismo. Per contro, quando vedi che ciò che hai egoisticamente creato per te stesso è apprezzato anche da qualcun altro, la soddisfazione è grande. Dove guardano i nostri occhi? Siamo sperimentatori, guardiamo sempre avanti. Che, per la circolarità del tempo, è come guardare indietro.