Interview by Tiziana Brombin, Moonlight
1984 - 2004: venti sono gli anni di esperienza che conta la discografia di uno dei gruppi underground più validi in territorio italiano, i Tasaday. A due anni dall'ultimo disco "In attesa, nel labirinto" la formazione che conta oggi sette strumentisti si ritrova ancora ad essere portavoce ufficiale di quel genere - qual'è l' industrial - che qui da noi non ha mai piantato solidamente le radici, attraverso live projects dal forte richiamo simbolico audiovisivo. Abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con il bassista Carlo Ronchi, che ci ha offerto ottimi spunti per approfondire la conoscenza - purtroppo assai scarsa - della loro musica.In cosa consiste il Live Project 2006?
Carlo Ronchi: Potremmo definirlo un "concept live". La musica
commenta delle immagini video e viceversa. E' un percorso storico-antroplogico
che segue le fasi dello sviluppo della civiltà umana, dalle prime forme
di aggregazione tribale all'odierna epoca tecnologica, con un colpo di scena
finale.
Questo mi riporta visivamente a scene di “2001 Odissea nello
spazio” e alla trilogia “Qatsi” musicata da Philip Glass…che
ne pensi?
Carlo Ronchi: Può esserci affinità ma è stata comunque
involontaria…
Sempre in ambito cinematografico torno un attimo indietro al Kaspar
Project: come mai avete attinto proprio da quel capolavoro di Werner Herzog
e in che modo siete ammiratori del suo cinema?
Carlo Ronchi: Soprattutto negli anni ’80 Herzog era uno dei nostri
“eroi” insieme ad altri registi tedeschi dell’epoca (Rainer
Werner Fassbinder, il Wim Wenders degli anni ’70 di “Falso Movimento”,
“Nel corso del tempo”, ecc.) però in particolare Herzog
creava dei personaggi che sono diventati delle icone, come appunto il Kaspar
del film "The Enigma Of Kaspar Hauser" (1974). La scelta del nome
del progetto riferita al film di Herzog è stata in parte casuale, abbiamo
voluto usare un’icona alla quale eravamo legati. Per quanto riguarda
invece il live che stiamo facendo quest’anno utilizziamo spezzoni video
nostri e tratti da documentari o film, tra cui Herzog ma anche tanti altri,
ma stavolta non esiste un video sul quale suoniamo: esiste una libreria di
immagini, di scene e spezzoni di film che Sandro Ripamonti con un computer
lancia non programmaticamente, a seconda di come si evolve la musica sul palco.
Ogni volta quindi lo spettacolo è diverso, e noi suonando diamo sempre
un’occhiata allo schermo con le immagini, anche perché buona
parte dei brani lascia ampio spazio all’improvvisazione singola, e ognuno
di noi può produrre i propri suoni liberamente.
Quindi lasciando tanto spazio all’improvvisazione sarà
difficile avere delle registrazioni se vorrete incidere o sarà piuttosto
un live?
Carlo Ronchi: Per adesso non abbiamo in programma di fare registrazioni
o di realizzare un album, difficilmente facciamo progetti a lungo termine,
preferiamo fare di getto, è sempre stato così nei Tasaday.
Il videoclip “Mind Now” è ancora in cantiere o
è già stato realizzato? Si potrà scaricare dal vostro
sito?
Carlo Ronchi: E' realizzato da tempo e per ora ne abbiamo fatto solo alcune
copie su DVD. Chi ha acquistato il calendario 2006 dell'associazione Durchblich
( www.durchblick.it) l’ha trovato come allegato nella pagina di ottobre.
Da qualche tempo è scaricabile dal sito della Wallace Records http://www.wallacerecords.com/
Che ne è della serie di ristampa su CD-R che avevate in mente
per il vostro materiale degli anni ’80 in musicassetta?
Carlo Ronchi: La fase di ricerca, catalogazione e digitalizzazione del
materiale è terminata. Ora dobbiamo occuparci della selezione e della
grafica. Contiamo di pubblicare il cofanetto in un numero limitato e numerato
di copie con un libretto di riproduzioni dei tempi entro ottobre/novembre
2006, anno del venticinquennale dalla fondazione dei Die Form & Orgasmo
Negato, poi riuniti nei Tasaday, e in quell’occasione probabilmente
faremo anche un concerto.
A tal proposito mi incuriosiva com’è cambiato, dalla
vostra prospettiva, il vostro pubblico in venticinque anni di carriera.
Carlo Ronchi: Se parliamo del pubblico italiano è cambiato parecchio,
nel senso che adesso è molto più vario e più numeroso
rispetto agli anni ’80 dove, in sostanza, il nostro “genere musicale”
assimilandolo all’industriale attirava un pubblico ristretto di persone
“addette” a questo genere e che seguivano i gruppi stranieri importanti,
quando in Italia seguivano noi e pochi altri che c’erano all’epoca.
Adesso invece i nostri dischi si possono acquistare da più fonti e
ai nostri concerti possono venire persone molto diverse, da chi ascolta il
jazz a chi il punk o la musica classica. Anche le occasioni di incontro come
i festival piuttosto che i locali favoriscono di più questa mescolanza.
Un plauso in questo senso va sicuramente alla Wallace Records.
Che cosa significa per voi "industriale" e quanto di questa
componente è rimasta nel vostro sound col passare degli anni?
Carlo Ronchi: Quando facciamo riferimento all’Industriale pensiamo
a due accezioni del termine: una prettamente musicale, e il riferimento è
alla musica industriale nata attorno ai Throbbing Gristle alla fine degli
anni ‘70. L’altra invece rimanda direttamente ai processi industriali.
L’uso di suoni e metodi (quali i loop ad esempio) provenienti dal mondo
dell’industria è stato una costante nella nostra attività
e anche nel nuovo spettacolo non manca il suono di un maglio per stampaggio
a caldo dell’acciaio.
Se doveste fare un piccolo bilancio, quale tra i vostri lavori sentite
più vicino a voi e quale il più "distante"?
Carlo Ronchi: Per quanto mi riguarda il primo e l’ultimo disco. “Aprirsi
nel silenzio”, del 1984, realizzato quando eravamo appena ventenni,
resta tutt’ora uno dei lavori più importanti. A distanza di vent’anni,
“In attesa, nel labirinto” riprende in parte lo spirito collettivo
e gli aggiunge una buona dose di maturità.
Con chi vi piacerebbe collaborare, nel panorama nazionale come internazionale
contemporaneo, per una prossima registrazione o progetto dal vivo?
Carlo Ronchi: Negli ultimi anni ci stiamo appassionando alla musica avant-jazz
e alla classica contemporanea. Alcuni di noi hanno avuto esperienze di contaminazione
con questi generi.
Allora vorrei che mi raccontassi la tua recente esperienza nell’ensemble
Wu Fei/Cristiana Fraticelli alias IOIOI/Ronchi: avete suonato per il Baafest
ed il successo vi ha portato a suonare anche al Sound Metak…com’è
andata?
Carlo Ronchi: Benissimo, è stata un’esperienza molto bella
e particolare: proveniamo da tre ambienti completamente diversi: io dai Tasaday,
Cristiana (IOIOI) che fa delle cose sperimentali, acustiche - elettronìche
- rumoriste ispirandosi in parte alla scuola giapponese ma molto orginali,
Wu Fei (www.myspace.com/feiwu) invece è una musicista classica che
ha studiato musica tradizionale cinese e anche musica classica occidentale,
una compositrice che penso diventerà abbastanza importante…ha
dei progetti piuttosto grossi e dopo il Festival ha registrato un disco solista
a Parma che uscirà l’anno prossimo con delle collaborazioni importanti
di musicisti americani del giro Tzadik. Al Sound Metak invece avrebbe dovuto
suonare solo Wu Fei con Xabier Iriondo (proprietario del negozio e membro
dei Tasaday, una volta anche negli Afterhours), e la serata prevedeva anche
l’esibizione di Roberto Mazza, nostro conoscente di lunga data con cui
abbiamo anche collaborato, compositore e suonatore di oboe e arpa celtica…
ma per combinazione quel giorno Cristiana doveva venire a Milano e Xabier
ci ha fatto suonare di nuovo, così abbiamo suonato in cinque (presto
si potrà vedere un estratto video sul sito del Sound Metak) e alla
fine è stato qualcosa di molto particolare: metti insieme l’oboe
di Roberto Mazza, il guzheng di Wu Fei preparato e suonato in maniera sperimentale,
il mio basso, l’elettronica di Xabier e la chitarra di Cristiana, quindi
un mix acustico elettrico accompagnato dalle proiezioni video di Alessandro.
Alla fine, le due performance sono state completamente improvvisate.
Ti va di parlarmi un po’ del progetto Kontakte (che riguarda
Stefano Theta Golfari, Stefano Sangalli e Alessandro Ripamonti)? La definizione
di “elettronica popolare” sentendo i due mp3 scaricabile dal vostro
sito mi hanno spiazzato, sono in effetti qualcosa di originale da parte vostra.
Carlo Ronchi: Anche Kontakte ha delle affinità con il lavoro che
ho fatto io con Wu Fei, nel senso che si cercano dei punti di incontro tra
la realtà della musica “colta” classica contemporanea e
della musica “popolare” fatta partendo da autodidatti, dal rock
in sostanza. Kontakte ha appunto questo scopo preciso.
Un simile lavoro di avanguardia è unico nel panorama contemporaneo,
nel senso che capita raramente di sentire progetti paragonabili al vostro…
Carlo Ronchi: Sì…loro (i Kontakte) utilizzano dei brani di
compositori contemporanei come Stockhausen o Berio e li elaborano aggiungendo
dell’elettronica, con un effetto insolito.
La prossima domanda riguarda l’artwork, col quale voi avete
un rapporto molto particolare: per “Con il corpo crivellato di stelle”
c’erano 50 immagini diverse di copertina, anche del 12’’
di “Corpi assolutamente immobili” ce n’erano 7: come sono
nate queste idee?
Carlo Ronchi: Per la parte grafica spesso è Sandro Ripamonti che
tira fuori le idee. In passato pubblicammo un album (L’animale Profondo
1986) con la copertina dipinta a mano, 600 copie una diversa dall’altra.
Per “In attesa, nel labirinto” io ho fatto la foto di copertina,
e tra l’altro racconterei un episodio curioso: quando eravamo verso
la fine delle registrazioni si doveva trovare il titolo e la copertina dell’album,
e io ho avuto ho avuto l’idea di proporre questa mia foto che avevo
fatto in un museo.
Quindi era già esistente?
Carlo Ronchi: Sì, la foto esisteva già, l’avevo fatta
un paio di anni prima. L’ho portata nello studio dove dovevamo trovarci
e lo stesso giorno Sandro è arrivato con la sua idea per il titolo,
senza aver mai visto la mia foto. Quindi il titolo “In attesa, nel labirinto”
è stato presentato nello stesso momento in cui ho portato la foto dell’omino
seduto che pare in attesa in un enorme labirinto. E’ stata una bella
combinazione, ce ne sono capitate spesso di queste cose! Non sempre siamo
così concettuali e intellettuali, spesso ci affidiamo anche al caso
o all’ispirazione del momento.
Fino a che punto un viaggio o altra esperienza riesce a trasferirsi
sugli strumenti che avete in mano?
Carlo Ronchi: Questa è una domanda azzeccata da fare ai Tasaday.
L’esperienza vissuta è un fattore fondamentale nell’espressione
dei nostri suoni. Come questo riesca a trasferirsi sugli strumenti è
un po’ difficile a dirsi, probabilmente è un fatto istintivo
condizionato dagli elementi primordiali del nostro essere.